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I due autori definiscono la scarsità come l’avere meno di quanto si senta di aver bisogno. Che a mancare siano soldi, tempo, cibo o perfino amici, la scarsità agisce sul pensiero nello stesso modo: cattura automaticamente la nostra attenzione e tiene la mente a girare intorno a “ciò che non basta”. Le persone sempre di corsa, quelle povere, chi è a dieta e chi è solo mostrano schemi mentali sorprendentemente simili.
Non è questione di carattere o di forza di volontà, ma di un meccanismo psicologico che compare in chiunque si trovi a fare i conti con la scarsità. In altre parole, il problema non sono “le persone in condizione di scarsità”, ma la “scarsità” stessa.
Gli autori portano diversi esempi apparentemente slegati: chi è a dieta immagina di continuo il cibo e pensa al pasto successivo perfino mentre lavora; chi si sente solo è particolarmente sensibile ai segnali sociali e legge con più attenzione le espressioni degli altri, ma si agita al punto che nelle interazioni va peggio. Scarsità di tipo diverso, stesso risultato: la mente resta legata a ciò che manca.
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